Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > Gay & Bisex > LIEVITO E FULIGGINE
Gay & Bisex

LIEVITO E FULIGGINE


di La-mandria
03.08.2026    |    276    |    1 6.0
"» rispose Giovanni con la voce ridotta a una frequenza bassissima che fece vibrare il torace di entrambi..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


Nelle ore vischiose e fonde in cui la città all'esterno scivolava in una stanchezza pesante e nebbiosa, la pizzeria La Fenice mutava la propria natura profonda.
Non era più il teatro rumoroso della sera, gremito di voci festive, piattoni in ceramica che stridevano sulle campane in terracotta e correnti d'aria fredda introdotte dalle continue aperture della porta a vetri.
Con la discesa della pesante serranda in ferro battuto, il cui strido metallico vibrava ancora nei vicoli bagnati di pioggia come una campana di bronzo smorzata, il laboratorio posteriore diventava un tempio ermetico, un ipogeo sotterraneo sottratto al computo del tempo ordinario.
Il locale affondava le sue radici in una serie di volte a botte in mattoni crudi, posate nel tardo Settecento sopra antiche cantine di tufo.
Le pareti avevano assorbito nei decenni un'alchimia organica irripetibile: il vapore denso rilasciato dalla cottura delle masse idratate, la fuliggine secca e aromatica della legna di quercia, il pulviscolo impalpabile della farina macinata a pietra e la componente acida dei lieviti in costante fermentazione. L'aria non era un semplice involucro gassoso, ma una materia spessa, liquida, un'architettura olfattiva stratificata in cui ogni strato raccontava una fase del ciclo artigianale.
In alto, a ridosso delle volte, correva una grata di ferro che dava sul piano del vicolo.
Da lì scivolava dentro una corrente sottile d'aria notturna, carica dell'odore di pioggia fresca, asfalto bagnato e foglie di tiglio macerate; ma quella refola di vento esterna veniva immediatamente sopraffatta dal calore interno.
Al centro della stanza troneggiava il banco di lavoro: una lastra di marmo, spessa dieci centimetri, cavata nella parte alta della valle delle Alpi Apuane.
La sua superficie, di una purezza candida venata da sfumature grigio-cenere simili a rami minerali, manteneva sempre una temperatura nativa inferiore a quella dell'ambiente, offrendo una superficie fredda ed elastica alla lavorazione degli impasti.
Giovanni stava in piedi davanti al bancone.
La sua figura solida, imponente, sembrava scolpita nella stessa sostanza minerale del banco.
A quarantaquattro anni, il suo corpo era una mappa leggibile di disciplina, fatica e simbiosi con l'elemento igneo. Le sue spalle ampie si raccordavano a braccia robuste e avambracci poderosi, percorsi da una rete ramificata di sottili cicatrici bianche. Erano i punti in cui la pelle era stata toccata dal vapore rovente a trecento gradi o dallo schizzo impercettibile di olio bollente: stigmate d'onore che l'uomo portava senza ostentazione, sfumate tra una peluria scura e una costante patina di farina tipo 00 che si depositava nei pori e tra le pieghe della pelle.
La sua barba, folta e curata con rigore, mostrava riflessi brizzolati ai lati delle mascelle squadrate, somigliando alla cenere fredda che si accumula sul bordo del braciere.
Gli occhi, di una tonalità scura e profonda simile al legno di noce bagnato, possedevano la facoltà rara di leggere la materia prima a distanza: riconoscevano l'idratazione di un panetto dalla lucentezza della sua superficie e la qualità della lievitazione dal modo in cui la luce della lanterna a sospensione veniva rifratta dalle bolle d'aria nell'impasto.
Accanto a lui, Filiberto muoveva i suoi gesti con una scioltezza elastica.
A ventotto anni, Filiberto possedeva un corpo filiforme ma segnato da muscoli asciutti, scolpiti dal sollevamento quotidiano dei sacchi di farina da venticinque chilogrammi e dalla sfornatura delle teglie in ghisa.
I suoi capelli scuri, un groviglio di ricci fitti e indomabili, tendevano a cadere in avanti sulla fronte madida di una condensa sottile di sudore e vapore; con un gesto divenuto ormai un tic rituale, Filiberto respingeva indietro le ciocche con il dorso del braccio, lasciando aloni biancastri che gli segnavano le tempie e lo zigomo.
C'era tra i due uomini un contrasto visivo e tattile di straordinaria potenza.
Giovanni era la roccia, il calore accumulato, la forza di gravità che ancora la struttura; Filiberto era il soffio di vento che ravviva la brace, la flessibilità, il movimento fluido che previene la rigidità della materia.
Tra di loro non servivano indicazioni verbali. Il laboratorio era governato da un codice di gesti, un sincronismo raffinato affinato in anni di notti condivise a contatto stretto con gli elementi primordiali del cibo.
Giovanni affondò entrambe le mani nella grande vasca in legno di faggio stagionato dove riposava l'impasto principale.
La massa era composta da una miscela accuratamente calibrata di farine: un grano tenero tipo 1 ricchissimo di germe e una percentuale minoritaria di farina di farro, idratate all'ottanta per cento con acqua di sorgente priva di calcare.
La sensazione al tatto era di una complessità sconvolgente. Non si trattava di una semplice pasta edibile, ma di un organismo vivente e pulsante.
La superficie offriva una resistenza iniziale setosa, per poi cedere sotto la pressione decisa delle nocche.
Quando Giovanni spingeva verso il fondo della vasca, l'impasto rilasciava un suono umido, un respiro soffocato, seguito da un immediato ritorno elastico che tendeva a avvolgere le dita in una morsa calda e vischiosa.
L'aroma che si sprigionava dal cuore della massa era un profumo antico: la nota acida e frizzante del lievito madre centenario, custodito in una giara di terracotta smaltata nell'angolo più ombroso, si fondeva con la sfumatura dolce, quasi liquida, degli zuccheri complessi del grano che iniziavano a scindersi sotto l'azione degli enzimi.
Filiberto si portò al fianco di Giovanni, tenendo tra le mani una ciotola di terracotta grezza piena di sale marino integrale di salina solare, raccolto a mano.
I granelli non erano raffinati né asciutti; presentavano una sfumatura grigiastra e una consistenza umida, quasi oleosa, che manteneva intrappolati piccoli frammenti di alghe microscopiche e sali di magnesio.
«È il momento del sale, Giovanni.» disse Filiberto. La sua voce era un tono medio-basso, privo di increspature, ma dotato di una vibrazione calda che sembrava viaggiare direttamente lungo il banco di marmo per raggiungere il torso di Giovanni.
«Spargilo a pioggia, Filiberto, ma lentamente. Non deve creare grumi sulla superficie, deve integrarsi nell'architettura delle proteine.» rispose Giovanni, senza interrompere il ritmo cadenzato con cui piegava l'impasto su se stesso.
Filiberto si sporse sopra il banco. Nel compiere il gesto, il suo petto si trovò a pochi centimetri dal braccio destro di Giovanni.
La mano di Filiberto iniziò a far scivolare i granelli grigi tra le dita: il suono del sale che cadeva sulla massa umida ricordava la pioggia battente sulle foglie secche, ma ciò che dominava la scena era la vicinanza fisica.
Giovanni poteva sentire il calore irradiato dal corpo di Filiberto, un calore giovane, pulito, che si sovrapponeva all'aria pesante del laboratorio.
La maglietta di tela nera che Filiberto indossava era sottile, aderente nei punti in cui il sudore del lavoro l'aveva inumidita lungo la colonna vertebrale e al centro delle scapole.
Quando Filiberto inclinò il torso per raggiungere l'angolo opposto della vasca, il suo fianco toccò la coscia di Giovanni.
Il contatto fu prolungato per una frazione di secondo di troppo rispetto alle necessità della lavorazione. Nessuno dei due si mosse per annullarlo.
Giovanni rallentò il movimento delle mani nell'impasto.
Sentiva la pelle di Filiberto respirare attraverso la stoffa sottile; avvertiva il profumo sottile che emanava dal suo collo: una miscela di sapone neutro all'oliva, farina di grano duro e quel fondo naturale, leggermente muschiato, che apparteneva esclusivamente alla chimica del corpo del giovane pizzaiolo.
«L'acqua è fredda stasera» mormorò Filiberto, mantenendo gli occhi fissi sulla massa bianca che assorbiva i cristalli di sale. «Ha rallentato la maglia glutinica.»
«Non è l'acqua a essere fredda» disse Giovanni, girando lentamente il capo verso di lui. «Sei tu che hai le mani calde.»
Filiberto lasciò la ciotola di terracotta sul marmo e allungò la mano verso una bottiglia in ceramica scura, provvista di un beccuccio sottile in ottone. La bottiglia conteneva l'olio extravergine d'oliva della nuova raccolta: un monovarietale estratto a freddo da olive Coratina colte a inizio maturazione.
Quando Filiberto inclinò il contenitore, un filo denso, di una tonalità verde smeraldo brillante e quasi fluorescente sotto la luce della lanterna, cadde in un cerchio perfetto sul bancone di marmo.
L'aroma dell'olio esplose nell'aria con la violenza di una pianta spezzata a mano. Note pungenti di carciofo crudo, erba tagliata di fresco, mandorla amara e una traccia di pepe nero saturarono le narici dei due uomini. Era un profumo viscerale, terroso e nobile al tempo stesso.
«Ne serve un velo sulla pietra prima di dividere le pezzature.» disse Filiberto. Invece di usare un pennello di silicone o una spatola, Filiberto adagiò l'intero palmo della mano destra nella chiazza d'olio verde e cominciò a stenderlo sul marmo candido con movimenti circolari, ampi, armoniosi.
Il suono della mano unta che scivolava sulla pietra levigata era un fruscio ipnotico.
Giovanni osservava la scena senza muovere un muscolo. Vedeva i tendini del polso di Filiberto contrarsi e distendersi; vedeva la farina che ricopriva il braccio del giovane mescolarsi all'olio in una cremina densa e profumata che aderiva ai pori della pelle.
«Stai sprecando materia.» mormorò Giovanni, sebbene la sua voce avesse perso ogni sfumatura di rimprovero professionale, facendosi roca, profonda, ancorata nella gola.
«Sto preparando la superficie.» rispose Filiberto senza fermarsi.
Poi, alzando gli occhi scuri verso Giovanni, fece un passo di lato.
La sua mano intrisa d'olio, ancora lucida e profumata di erba amara, abbandonò la pietra e andò a posarsi sulla spalla di Giovanni.
Il contatto provocò una scossa udibile nel silenzio del laboratorio.
L'olio penetrò istantaneamente nella trama della maglietta scura di Giovanni, macchiandola di un'ombra scura e trasferendo il calore della palmo di Filiberto direttamente sulla pelle della spalla. Il dito indice di Filiberto risalì lentamente lungo il trapezio, sfiorando il collo dell'uomo più grande, lasciando una traccia untuosa e profumata che profumava di terra e di pianta.
Giovanni trasalì lievemente.
Il suo corpo massiccio, abituato a domare la forza bruta del fuoco e il peso degli impasti, sembrò arrestarsi in un'attesa quasi reverenziale.
Chiuse gli occhi per un secondo prolungato, inspirando a pieni polmoni.
L'odore dell'olio verde sul suo collo si fondeva con la nota di fumo di quercia che gli impregnava la barba e con la freschezza viva della pelle di Filiberto.
Quando Giovanni riaprì gli occhi, la distanza tra i loro volti si era annullata. Poteva contare le piccole lentiggini chiare che segnavano il ponte del naso di Filiberto, dettagli invisibili durante il giorno ma resi evidenti dalla luce radente della notte. Poteva percepire il ritmo accelerato del respiro del più giovane, un respiro che faceva alzare e abbassare il torace in sincronia perfetta con il proprio.
«Filiberto» disse Giovanni, ed era la prima volta che pronunciava quel nome non come un comando da cucina, ma come un'invocazione.
«Le pale sono pronte, Giovanni. Il forno è a temperatura.» rispose Filiberto, ma la sua mano non staccò la presa dalla spalla dell'uomo. Al contrario, le sue dita si strinsero con forza, affondando nei muscoli solidi, attirando l'uomo più grande verso di sé con una determinazione tranquilla, priva di esitazioni.
Giovanni afferrò Filiberto per i fianchi. Le sue dita grandi, ancora segnate da tracce impalpabili di farina di grano tenero e dal sale umido, trovarono solido punto di appoggio sopra i fianchi del giovane.
La stoffa dei pantaloni da lavoro era ruvida, ma sotto di essa si avvertiva la struttura ossea e muscolare reattiva di Filiberto. Con un movimento fluido e imponente, Giovanni sollevò Filiberto da terra di quei pochi centimetri necessari a farlo sedere sul bordo libero del banco di marmo.
La pietra fredda offrì un contrasto termico immediato attraverso la stoffa dei pantaloni di Filiberto, facendo scappare al giovane un respiro leggermente spezzato. Ma l'effetto gelido del marmo durò soltanto un istante, spazzato via dall'irruzione del corpo di Giovanni che si incastrò rigorosamente tra le gambe schiuse di Filiberto.
I due corpi aderirono con una precisione millimetrica.
Non vi era alcuno spazio vuoto tra di loro: la massa muscolare imponente di Giovanni premeva contro il torso flessuoso e tonico di Filiberto. Le loro magliette, impregnate dell'umidità della notte e del pulviscolo bianco delle lavorazioni, vennero sollevate da gesti reciproci, impazienti ma incredibilmente accurati.
Quando la pelle nuda toccò la pelle nuda, il laboratorio sembrò contrarsi attorno a quel punto unico di contatto.
Il petto ampio di Giovanni, ricoperto da una peluria bruna che tratteneva piccoli granelli di farina come una brinata leggera, si schiacciò contro i pettorali lisci e scolpiti di Filiberto.
La sensazione tattile era straordinaria: la pelle del più giovane era calda, vellutata, segnata dalla leggerezza di un sudore profumato, mentre quella di Giovanni offriva la ruvidezza rassicurante di un corpo temprato dagli anni e dal lavoro fisico duro.
Filiberto avvolse le braccia attorno al collo di Giovanni, affondando le dita nei capelli corti e brizzolati sulla nuca. La farina accumulata sulle dita di Filiberto si disciolse nel sudore sottile del collo di Giovanni, creando una sensazione di aderenza perfetta, quasi una saldatura organica.
Il bacio che si scambiarono non fu una semplice collisione di labbra, ma una vera e propria impastatura dei sensi.
Le labbra di Giovanni, leggermente screpolate dal calore costante che emanava dalla bocca del forno, incontravano la morbidezza calda e ricettiva di quelle di Filiberto. Il sapore era un'estasi di contrasti: il sale amaro della pelle, la nota alcolica e acidula del lievito madre che era rimasta nell'aria, la freschezza verde dell'olio d'oliva che Filiberto aveva spalmato sulla gola di Giovanni e il retrogusto dolce di zuccheri caramellati proveniente dal fumo di quercia.
Giovanni lasciò scivolare le mani lungo la schiena di Filiberto.
Le nocche scanalate e ruvide dell'uomo più grande tracciavano la colonna vertebrale del giovane, contando ogni singola vertebra con la pazienza meticolosa di chi sta valutando la consistenza di un panetto perfetto prima dell'infornata. Filiberto inarcò la schiena contro la mano di Giovanni, emettendo un suono profondo, soffocato contro la guancia brizzolata dell'altro.
«Sei caldo come la pietra della cupola.» mormorò Filiberto con le labbra incollate al lobo dell'orecchio di Giovanni.
«È il fuoco che brucia dentro, Filiberto. Non si spegne quando la serranda scende.» rispose Giovanni con la voce ridotta a una frequenza bassissima che fece vibrare il torace di entrambi.
Alle loro spalle, il grande forno a cupola continuava a operare il suo processo invisibile.
Non c'erano fiamme libere in quella fase della notte; la legna di quercia e di olivo si era ridotta a un cumulo imponente di braci vive, una massa pulsante di arancione cupo, rosso cremisi e fessure biancastre di cenere finissima. Il calore che emanava dalla bocca del forno non era un colpo di calore secco, ma un'irradiazione costante, profonda, che penetrava nei mattoni refrattari e si rifletteva nell'ambiente come un'onda termica gravitazionale.
Sulle pareti in calce bianca del laboratorio, le ombre dei due uomini proiettate dal chiarore delle braci danzavano in un ritmo lento. Pareva che l'intero spazio stesse partecipando a una trasformazione della materia non dissimile da quella che avveniva per il pane e la pizza.
Giovanni prese dalla mensola in legno sopra il banco una manciata di origano secco di montagna, raccolto a mano sulle rocce calcaree del Cilento. I rametti erano scuri, carichi di oli essenziali essiccati al sole mediterraneo. Con un gesto lento e cerimoniale, Giovanni strofinò i rametti tra i palmi delle mani direttamente sopra le spalle scoperte di Filiberto.
I piccoli fiorellini e le foglie sbriciolate caddero a pioggia sulla pelle dorata di Filiberto, posandosi sul collo, sulle clavicole e lungo il solco centrale del petto. L'aroma dell'origano, scatenato dalla frizione e dal calore dei palmi di Giovanni, si diffuse istantaneamente: una nota balsamica, secca, intensamente aromatica e leggermente piccante che andò a fondersi con il profumo dell'olio d'oliva e del lievito.
Giovanni si piegò in avanti e iniziò a seguire la scia di origano con le labbra.
Ogni bacio deposto sulla pelle di Filiberto raccoglieva un microgranello di farina, un frammento d'erba aromatica e una goccia di sudore. Le sue labbra scendevano con una lentezza studiata: dalla concavità sotto la mascella, lungo la vena giugulare che pulsava con ritmo forte e regolare, fino alla fossa della clavicola.
Filiberto tratteneva il respiro a ogni passaggio delle labbra di Giovanni.
La sensazione tattile della barba brizzolata dell'uomo più grande che sfiorava la sua pelle delicata gli provocava brividi intensi, diffusi, che si propagavano dal petto lungo tutto il ventre fino alle cosce. Le sue dita si stringevano nei capelli di Giovanni, guidando i movimenti dell'uomo con una pressione dolce ma ferma.
«Giovanni... il tempo.» mormorò Filiberto, sebbene non vi fosse alcuna intenzione di fermare quello che stava accadendo.
«Il tempo qui dentro lo decidiamo noi.» rispose Giovanni senza sollevare la bocca dallo sterno di Filiberto. «La lievitazione non si affretta. Si aspetta finché la materia non ha raggiunto il suo massimo volume.»
Con un gesto di infinita delicatezza, incompatibile con la stazza massiccia delle sue mani, Giovanni passò il palmo sul fianco di Filiberto, raccogliendo il pulviscolo di farina che si era accumulato sul marmo e spargendolo sulla schiena del giovane. Il tocco della farina asciutta sulla pelle calda e leggermente umida creava una sensazione di seta polverosa, un velo impalpabile che rendeva ogni scivolamento delle dita ancora più fluido e sensoriale.
Il banco di marmo era diventato l'asse attorno al quale ruotava l'intera realtà del laboratorio.
Il gelo originario della pietra era stato completamente domato dal calore irradiato dai corpi di Giovanni e Filiberto; la superficie dove le braccia di Filiberto appoggiavano era ora tiepida, impregnata dell'olio essenziale di oliva e dell'aroma di farina tostata dal calore ambientale.
Filiberto fece scivolare le mani lungo le braccia di Giovanni, arrivando a intrecciare le proprie dita con quelle dell'uomo più grande.
Le mani di Giovanni erano ampie, con i palmi induriti dai calli creati dal manico in legno duro della pala per infornare; le mani di Filiberto erano più affusolate, con dita lunghe e reattive che conoscevano la precisione del condimento e della stesura del bordo.
Quando le loro dita si intrecciarono, le palme si schiacciarono l'una contro l'altra in un incastro perfetto. La farina intrappolata tra i loro palmi agiva come un elemento di frizione sottile, rendendo la presa salda, viscerale. Giovanni spense la distanza residua, spingendo il proprio peso con delicatezza ma con un'imponenza schiacciante contro Filiberto.
I loro respiri si fusero in un unico flusso d'aria calda.
Nel silenzio assoluto del locale, interrotto soltanto dal lontano crepitio interno degli ultimi ciocchi di quercia che si trasformavano in cenere bianca, si potevano distinguere chiaramente i suoni dell'intimità: il battito cadenzato dei cuori che risuonava attraverso i petti a contatto, il leggero fruscio della pelle che scivolava sulla farina e il suono umido e profondo dei loro baci che si rinnovavano senza sosta.
Giovanni sollevò leggermente il corpo di Filiberto, permettendo al giovane di modificare la postura sul marmo. Le gambe di Filiberto si strinsero con forza attorno alla vita di Giovanni, bloccando l'uomo più grande in un abbraccio totale che annullava qualsiasi distinzione tra chi dava e chi riceveva calore.
«Sei la forza di questo posto, Giovanni.» sussurrò Filiberto con gli occhi chiusi, lasciando cadere la testa all'indietro contro la superficie del banco. La sua gola nuda era del tutto offerta allo sguardo e alle labbra di Giovanni.
«E tu sei la sostanza che lo rende vivo.» rispose Giovanni, depositando un bacio lento e profondo proprio sul punto in cui l'arteria pulsava sotto la pelle di Filiberto.
La sensazione di appartenenza reciproca era assoluta.
Non si trattava soltanto dell'appagamento di un desiderio fisico a lungo trattenuto tra le pieghe di una routine lavorativa estenuante; era la consacrazione di un'intesa profonda, maturata attraverso il rispetto per la materia prima, la condivisione della fatica e la protezione reciproca in quell'universo notturno lontano dagli sguardi del mondo.
L'oscurità densa della notte iniziò lentamente a stemperarsi.
Dalla grata alta in ferro battuto posizionata a ridosso del soffitto a botte, la luce del mattino incominciò a filtrare non come un raggio violento, ma come una diffusione graduale di tonalità azzurrognole e grigie che andavano a smorzare la dominante dorata e arancione delle braci del forno.
La temperatura del laboratorio si era stabilizzata in un equilibrio perfetto.
L'aria non era più vischiosa, ma manteneva una fragranza consolatoria: l'odore del pane che completava la sua maturazione nelle stie in legno di abete, il profumo persistente dell'olio di oliva verde, la sfumatura aromatica dell'origano e la traccia deliziosa e pulita del sudore di due corpi che si erano trovati e riconosciuti.
Giovanni e Filiberto giacevano ancora vicini sul grande banco di marmo.
Giovanni era disteso su un fianco, con la testa poggiata su un braccio piegato, mentre l'altra mano riposava con dolcezza sul fianco di Filiberto. Le sue dita tracciavano leggeri cerchi sbiaditi sulla pelle del giovane, dove la farina rimasta aveva creato una mappa di forme astratte.
Filiberto era appoggiato contro il petto di Giovanni, ascoltando il battito lento e regolare del cuore dell'uomo più grande. I suoi ricci scuri erano disordinati, intrisi di qualche granello di farina che brillava alla prima luce fredda dell'alba. I suoi occhi erano socchiusi, percorsi da un senso di pace profonda e rassicurante.
Accanto a loro, sulle mensole in legno, le cassette contenenti i panetti dell'impasto principale avevano completato il loro ciclo.
Le masse si erano gonfiate in cupole morbide, lisce, prive di crepe, con la superficie tesa e vellutata al tatto che prometteva una cottura straordinaria.
Il lievito aveva compiuto il suo lavoro invisibile, trasformando la farina e l'acqua in una sostanza leggera, digeribile, pronta per incontrare di nuovo il fuoco.
Giovanni si sollevò leggermente su un gomito, guardando il volto di Filiberto illuminato dalla luce grigia del mattino. Con il pollice gli asciugò con estrema lentezza una striscia di farina dallo zigomo, indugiando poi sulla morbidezza delle sue labbra.
«Tra un'ora dovremo riaprire le serrande.» disse Giovanni a bassa voce, senza che nella sua affermazione vi fosse ombra di ansia.
Filiberto aprì gli occhi, sorridendo con una lentezza pigra e profonda. Afferrò la mano di Giovanni dal proprio viso e se la portò alle labbra, baciando le nocche segnate dalle vecchie cicatrici da vapore.
«Le serrande possono attendere, Giovanni. Il fuoco è ancora vivo, e l'impasto ha trovato la sua forma perfetta.»
Si strinsero un'ultima volta nel silenzio del laboratorio de La Fenice, protetti dalle volte in mattone e dal calore eterno della legna, consapevoli che ogni notte a venire avrebbe ritrovato la stessa sostanza, la stessa alchimia e la stessa incontaminata passione.

Vacca 24
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
6.0
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per LIEVITO E FULIGGINE:

Altri Racconti Erotici in Gay & Bisex:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni